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October 30 Sєstσ cαpιtσlσ. ♥6° capitolo: Conoscenze
Come il giorno precedente, entrai ancora un po’ disorientata. Alle mie spalle sbucò Valerio, seguito da un ragazzo robustello con i capelli rossi e gli occhiali, con il viso tempestato di scure lentiggini. « Ciao, Ilaria! Lui è Sergio… voleva fare la tua conoscenza.» mi disse, con aria quasi irritata, il mio compagno di banco. « Ehm… ciao, piacere! » cercai di convincerli di essere felicissima di averlo conosciuto, ma non mi riusciva granché bene: il sorriso esagerato di Sergio mi metteva a disagio. « Ciao, sono lieto di conoscerti! Sai, Valerio dice che sei molto simpatica… e carina » Valerio arrossì e chinò lo sguardo per terra. Io risi sotto i baffi per non mostrare la vergogna. « …ed io penso lo stesso, a dirla tutta. » continuò Sergio. La mia reazione ai suoi complimenti fu ben diversa da quella avuta quando seppi che Valerio pensava quelle cose di me: di Sergio, a dire la verità, non me ne importava un fico secco. Il suono della campanella d’ingresso ci salvò da un silenzio imbarazzante. « Bene, credo sia meglio affrettarci. Abbiamo greco a prima ora, e mi hanno detto che la prof odia i ritardatari! » dissi per uscire da quella situazione penosa. « Sì, è vero. E poi, chi mai vorrebbe perdersi un’interessantissima lezione di greco? » pensavo che, con quelle parole, Sergio volesse ironizzare. Capii che diceva seriamente quando, saltellando, si incamminò verso l’aula. « Oh mio Dio. » pensai ad alta voce. Valerio mi guardò ridendo. « Hai capito che tipo è, adesso? Te l’ho dovuto presentare perché altrimenti non mi avrebbe mai più fatto copiare nemmeno un misero esercizio… » e continuò a ridere, mentre ci incamminavamo verso la nostra aula. La tanto temuta professoressa di greco non ero ancora arrivata. Ebbi il tempo di sistemare i libri sul tavolo, quando arrivò un donnone sulla cinquantina: spalle grandi, fisico palestrato –che ad una donna di quella stazza leva l’ultimo grammo di femminilità rimasto-, capelli a caschetto e un berretto stile esercito in testa. Valerio notò il terrore nei miei occhi e cercò di tranquillizzarmi: tentativi vani. Vidi questa sottospecie di soldato avvicinarsi a me e appoggiarsi con una delicatezza degna di un elefante sul mio banco e guardarmi –chissà perché- con aria di disprezzo. « Sei tu Ilaria Caruso, non è così? » ringhiò, con una voce che avrebbe messo paura anche alla persona più coraggiosa al mondo. « S-si, p-professoressa. » balbettavo come un’idiota, ma era più forte di me. Ero pietrificata. « Perfetto. Io sono la professoressa Trapani, e insegno greco. Rispetto, attenzione, disciplina e studio fino allo svenimento: queste sono le parole d’ordine per andare d’accordo con me. » e, mentre si dirigeva verso la cattedra, mi lanciò un’occhiata agghiacciante. Vidi che il mio compagno di banco era spaventato più o meno quanto me. « Ha fatto lo stesso discorsetto anche a noi, all’inizio dell’anno scolastico. E’ monotona, questa donna. Sempre che così si possa definire! » sorrisi: ero riuscita nel mio intento di distrarlo. Quella prima, orribile ora della giornata sembrava non volesse proprio terminare. Guardavo l’orologio al polso di Valerio costantemente, nell’attesa che arrivasse il momento in cui il suono della campanella avrebbe dato fine a quello strazio. Quando, finalmente, l’ora di greco finì, mi sentii sollevata. Vidi Rebecca, la ragazza che –oltre ad essere mia compagna di classe- frequentava il mio corso di danza, salutarmi vivacemente e venirmi incontro. « Ciao, tesoro! Scusa per ieri: non ho avuto molto tempo per conversare. Comunque, sarei davvero contenta se oggi pomeriggio venissi insieme a me a fare qualche spesuccia al centro commerciale. Ti va? » forse mi sbagliavo riguardo Rebecca. Forse potevamo essere amiche. Accettai la sua proposta e le spuntò un sorriso sul viso. « Benissimo! Se hai un motorino, magari ti passo a prendere e andiamo insieme, dato che non conosci ancora bene la città. » la ringraziai. Non mi sembrava una cattiva idea. « D’accordo, allora all’uscita mi spieghi dove abiti e verso le 16.00 passo da te. » annuii e le chiesi che materia avessimo in quell’ora. « Mhm… abbiamo italiano, con la professoressa Vennini, la biondina di ieri… » rispose, quasi con disprezzo. « Non ti sta simpatica come lo sta a me, vedo. » dissi, sorridendo. Rebecca mi fulminò con lo sguardo. « Simpatica?! Quella è una totale imbecille! » sinceramente non capivo come poteva parlare così di una donna talmente amabile. Non conoscevo ancora bene la Vennini, ma non mi sembrava affatto l’orribile persona che descriveva Rebecca. « Reb! » sentii una ragazza dalla fila accanto alla mia chiamare la mia nuova amica. Lei si girò e fece segno all’altra di avvicinarsi. Quando fu accanto a noi, Rebecca me la presentò: « Lei è Giorgia, la mia migliore amica. Verrà con noi al centro commerciale. » la ragazza le lanciò un’occhiataccia. « Viene anche lei? » chiese, mantenendo quello sguardo freddo. « Si, Giò. Ci divertiremo! » a differenza dell’amica, Rebecca sembrava davvero contenta. Tentai di sciogliere il ghiaccio con Giorgia porgendole la mano. Lei guardò prima me, poi Rebecca e di nuovo me, finché decise a stringere: la mia speranze che, prima o poi, le sarei stata simpatica almeno un po’ si riaccese. Passarono pochi secondi ed entrò in classe la professoressa Vennini, favolosa come il giorno prima: il vestito verde chiaro, abbinato agli orecchini e alle scarpe, richiamava lo splendido colore dei suoi occhi; i capelli, biondi e lisci come la seta, le poggiavano sulle spalle. « Buongiorno, ragazzi! » la sua voce soave risuonò nell’aula. La professoressa posò gli occhi verso il mio banco. « Rebecca, Giorgia, potreste cortesemente sedervi? » le due sbuffarono e tornarono velocemente al loro posto. Poco dopo mi arrivò sul portacolori un biglietto di carta dove vi era scritto: “Hai visto perché proprio non la sopporto? E’ odiosa! » non la pensavo come lei, ma chissà… forse l’adorabile professoressa Vennini era solo una maschera.
To be continued…
http://durexgraphic.spaces.live.com/default.aspx Sn dei bravissimi graficanti ! Passateci :)
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